di Monica Centofante - 4 maggio 2009
Intervista esclusiva a De Magistris dopo l'archiviazione.
Nel totale silenzio dei media il gip di Salerno proscioglie l’ex pm di Catanzaro dalle accuse mosse contro di lui nell’ambito dell’inchiesta “Toghe Lucane”.

Mentre proseguono gli attacchi e la campagna di disinformazione.  La notizia rappresenta la svolta di una vicenda che per mesi ha conquistato le prime pagine dei principali quotidiani nazionali e che per lo stesso periodo ha tenuto banco in tutti o quasi i salotti televisivi. Eppure è passata in sordina, riportata solo da qualche agenzia. Niente di strano quando “l’informazione è in gran parte di regime”. E per questo “una delle principali battaglie che stiamo conducendo è proprio quella che mira a garantirne il pluralismo”.
Luigi De Magistris, magistrato in aspettativa e candidato per l’Italia dei Valori alle prossime Europee, spiega così il motivo per cui nel totale silenzio dei media le indagini aperte nei suoi confronti in seguito alle denunce di alcuni imputati dell’inchiesta “Toghe Lucane” si sono risolte in un nulla di fatto. Perché lo scorso 28 aprile il gip Maria Teresa Belmonte ha accettato la richiesta formulata quasi un anno fa dai pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani e ne ha disposto l’archiviazione.
Il motivo, ha spiegato il giudice, è che non c’è alcun elemento per rinviare a giudizio, dando ragione a quei colleghi che dopo lunghi e accurati accertamenti avevano scoperto non soltanto che l’allora pm di Catanzaro non aveva commesso alcun illecito nella conduzione delle sue inchieste, ma che era vittima di un complotto ordito ai suoi danni con il preciso intento di fermare il suo lavoro.
D’altronde, ha proseguito De Magistris, “non è un caso che la stampa non dica una sola parola sull’archiviazione di Salerno mentre aveva amplificato a caratteri cubitali la notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati per quell’assurda vicenda del contro-sequestro”. Il riferimento è ai fatti accaduti lo scorso dicembre, quando i pm salernitani, che per competenza indagavano sulla procura di Catanzaro si sono visti contro-sequestrare gli atti appena sequestrati. Con un’azione palesemente illecita che in modo del tutto strumentale era passata alle cronache con la definizione di “guerra tra procure”. Quella guerra che ha giustificato il trasferimento anche dei giudici Apicella, Nuzzi e Verasani, condannati ingiustamente dal Consiglio Superiore della Magistratura nonostante il Tribunale del Riesame di Salerno avesse giudicato perfettamente legittimo il decreto di sequestro probatorio a loro firma.
Anche quella notizia era stata occultata da tutti i principali media nazionali, esattamente come avviene oggi.

Dott. De Magistris, lanciamo una provocazione: ora che il gip di Salerno ha accolto la richiesta di archiviazione dei procedimenti aperti nei suoi confronti nell’ambito dell’inchiesta “Toghe Lucane”, il Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe ritirare le accuse mosse nei suoi confronti e magari chiederle se volesse tornare a fare il magistrato.

Il Csm nei miei confronti ha adottato una decisione che è particolarmente ingiusta. Per questo motivo molto semplice: nel pieno del processo disciplinare – fatto in tempi tanto rapidi da risultare ingiusto anche da questo punto di vista - aveva già gli elementi che poi si sono ritrovati nella richiesta di archiviazione della procura di Salerno e quindi nel decreto di archiviazione. Nel gennaio del 2008 furono infatti sentiti ben tre magistrati di Salerno i quali anticiparono che già dalle prime risultanze ispettive era emersa l’assoluta correttezza del mio operato e gravi interferenze sul mio lavoro. Nonostante avesse questi elementi il Consiglio Superiore della Magistratura non ha però atteso, ma ha proseguito in questa scelta grave, ingiusta ed illegittima di esautorarmi dalle funzioni mentre stavo indagando su fatti gravissimi. Quindi se non si è fatto luce su quella che io ho definito nuova P2 è proprio per un provvedimento del Csm. Che non mi ridarà mai le funzioni del Pubblico ministero e quindi la sua provocazione cade nel vuoto.
E’ certo, però, che da un fatto negativo io ne farò nascere uno positivo. Perché gli stessi valori, lo stesso entusiasmo, gli stessi principi li sto portando in questa nuova esperienza, li porterò in politica con il proposito di trasformare la società e far sì che una decisione come quella del Consiglio Superiore della Magistratura, così grave, non possa ripetersi mai più.

Anche i magistrati di Salerno che hanno richiesto l’archiviazione hanno subito una condanna ingiusta da parte del Csm e ora si trovano, pure loro, indagati dalla procura di Perugia.
Quell’indagine nasce dal contro-sequestro. Che è un paradosso: i magistrati indagati (quelli di Catanzaro ndr.) reagiscono indagando i magistrati che indagano. Questo è un altro assurdo giuridico partorito da questa vicenda. E mentre magistrati indagati per fatti gravissimi - tra cui la corruzione in atti giudiziari - stanno ancora al loro posto senza che il Csm batta ciglio, altri magistrati che hanno lavorato per mesi in silenzio, duramente, ascoltando decine e decine di persone, svolgendo un lavoro enorme di attività investigativa vengono puniti dal medesimo Csm presieduto dal medesimo Mancino. È evidente che c’è una volontà ben precisa di non ricostruire la verità su fatti gravissimi che sono accaduti in Calabria e non solo in Calabria. Insomma nelle vicende Why Not e Poseidone.
Questa archiviazione è poi una ulteriore conferma dell’esistenza di quei poteri forti e occulti che erano interessati alla sua delegittimazione.
Ma non c’è proprio dubbio. Io invito veramente tutti i cittadini a documentarsi leggendo il decreto di perquisizione e sequestro della Procura di Salerno che fino ad ora, nonostante tutte le attività di ostacolo, di interferenza, di pressione, nonostante i depistaggi e la disinformazione rimane un documento molto importante per capire quanto è accaduto in Calabria negli anni scorsi. E per capire quanto è accaduto a me e ad alcuni miei collaboratori che hanno avuto la competenza e il coraggio di lavorare insieme a me.
L’obiettivo era quello di fermare le inchieste e, in via prioritaria, eliminare me da Catanzaro ed esautorarmi dalle funzioni di Pm. Così da bloccare la mia esperienza investigativa, il mio metodo di lavoro che era anche molto originale. Non ci dimentichiamo che io lavoravo con due consulenti molto bravi, molto moderni, contemporanei, all’avanguardia in tema di tecniche investigative come Sagona e Genchi. L’intenzione era quindi quella di limitare il mio modo di intendere le funzioni di Pubblico ministero e questo è un passaggio che io reputo molto importante. Poi è ovvio che hanno fatto terra bruciata nei confronti di tutti coloro che avevano osato investigare su questi poteri forti e che sono a loro volta portatori di capacità, di conoscenze, di esperienze.
E’ come se qualcuno voglia bruciare definitivamente il terreno affinché l’erba non cresca mai più. Quello che è inquietante è che questa pagina è stata scritta in parte da autorità che poi dovrebbero tutelare la magistratura e garantirne il suo funzionamento.

Cosa esattamente dava fastidio del vostro metodo investigativo?
Il metodo investigativo che avevamo messo in piedi, soprattutto io ma anche i miei collaboratori, dava fastidio perché era portato avanti da un pool di persone autonome e indipendenti, capaci e determinate ad andare fino in fondo. Un pool che aveva capito qual era il cuore del problema, che aveva centrato la questione. E non a caso si mette in moto questo meccanismo di implosione all’interno delle istituzioni. Questa è sicuramente l’analisi più corretta da fare.

Torniamo al ruolo svolto in questa vicenda da poteri intranei alle istituzioni e dalla stessa magistratura, che fa parte di quegli stessi poteri forti.
Da un lato c’è stato un ruolo della criminalità organizzata che ha fatto le sue pressioni, le minacce, i proiettili eccetera. Poi ci sono state, nei miei confronti, attività massicce della politica con interrogazioni e interpellanze parlamentari che non hanno precedenti nella storia repubblicana.
Decine e decine di parlamentari, decine e decine di ispezioni iniziate praticamente all’inizio del 2005 e terminate nel 2008 senza soluzione di continuità. Ho subito innumerevoli denunce e querele, tant’è che sul mio conto sono stati aperti circa cento procedimenti, senza contare le audizioni al Consiglio Superiore della Magistratura.
È stato messo in moto, quindi, un meccanismo tale che a volte mi sembra un miracolo che io sia riuscito comunque a rimanere in piedi. E questa è una cosa sulla quale occorre riflettere. C’è qualcosa di inedito in questa storia e la cosa inquietante, ripeto, è che in gran parte proviene da pezzi delle istituzioni.

Nel corso di una recente intervista, in risposta ad una domanda, parlando di corruzione delle istituzioni lei ha azzardato anche una percentuale: il 50% circa delle istituzioni è corrotto o comunque assente, il restante 50% svolge bene il proprio lavoro. Un dato decisamente allarmante.

E’ difficile parlare di percentuali perché in questi casi non è possibile fare un’analisi statistica, però possiamo dire che un dato del genere è abbastanza realistico. Analizzando soprattutto quanto è accaduto in questi mesi, in questi anni all’interno delle istituzioni è chiaro che c’è una deviazione, una patologia molto evidente. Le istituzioni sono malate, ma al loro interno hanno, per fortuna, anche degli anticorpi. Ci sono persone che ancora agiscono in difesa delle istituzioni, per il bene pubblico e per lo Stato. Non tutto è buio.
In questo momento la magistratura, per esempio, sta conducendo inchieste molto importanti. E come ho detto più volte, con la mia nuova esperienza mi impegnerò affinché un caso De Magistris non possa ripetersi mai più. Affinché i magistrati impegnati in prima linea nel contrasto al crimine vengano aiutati e non ostacolati. Sarà una sorta di “calcio interno alle istituzioni”.
Perché bisogna essere consapevoli che la criminalità organizzata è penetrata all’interno del tessuto economico e istituzionale del Paese. E che agisce con metodi che non sono propri della violenza fisica, ma lo sono della violenza morale, della delegittimazione, della calunnia, della disinformazione. Agisce con tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato diverse come il trasferimento, l’allontanamento, la distruzione professionale.

Nella richiesta di archiviazione si fa largo riferimento anche al ruolo giocato dall’informazione in questa opera di delegittimazione messa in atto nei suoi confronti.
Gran parte dell’informazione è di regime. Non a caso uno dei punti centrali del disegno piduista è quello del controllo dell’informazione; non a caso uno dei problemi irrisolti e centrali del nostro Paese è il conflitto di interessi; non a caso io subisco una campagna di delegittimazione da parte de Il Giornale della famiglia Berlusconi; non è un caso che la stampa non dica una sola parola sull’archiviazione di Salerno mentre aveva amplificato a caratteri cubitali la notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati per quell’assurda vicenda del contro-sequestro. Ma perché accade questo? Da un lato perché le inchieste che noi stavamo conducendo facevano paura e andavano contro il sistema castale e contro questo regime. Dall’altro perché fa paura quello che stiamo facendo adesso, questo progetto politico di rinnovamento del Paese.
Ecco perché gli attacchi sono proseguiti, ecco perché la disinformazione continua ed ecco perché certe notizie vengono taciute. Perché loro hanno paura, in realtà, di chi è portatore di ideali di giustizia e di chi cerca la verità.

Prima ha detto che se verrà eletto una delle prime battaglie che porterà avanti sarà quella in difesa e in appoggio alla magistratura.
Assolutamente. Questa sarà una delle mie priorità.

E un’altra priorità, per come ha dichiarato più volte, sarà quella di fare in modo che l’Europa ci aiuti a fare luce sulle stragi del ’92 e del ’93, che ancora oggi nascondono molti inquietanti misteri.
In Europa bisogna mantenere alta l’attenzione su quelle vicende. Occorre far comprendere all’Europa l’importanza che hanno rivestito le stragi di mafia nella nascita della cosiddetta Seconda Repubblica e mantenendo alta l’attenzione, spostandola al di fuori dei confini nazionali si otterrà una maggiore vigilanza sull’argomento e si eviteranno tutte le attività di interferenza che in questi anni si sono verificate. La magistratura sarà quindi lasciata più libera e autonoma nell’esercizio delle proprie funzioni.
Dall’Europa sarà anche più facile controllare la corretta gestione dei finanziamenti pubblici, che è uno dei temi principali attorno al quale ruotano gli interessi della criminalità organizzata.

E attorno al quale hanno ruotato anche la maggior parte delle inchieste da lei condotte.
Quella è la metastasi democratica e il cuore del problema su cui sono saltato: gestione del denaro pubblico, appalti, finanziamenti pubblici, criminalità organizzata, colletti bianchi, mafia, infiltrazioni nelle istituzioni e inquinamento dell’economia. È questo il tema centrale. E in Europa, da questo punto di vista, si può fare più che in Italia, perché si può agire sin dal momento dell’erogazione del finanziamento controllandone poi tutti i percorsi.
Se verrò eletto una delle cose che vorrò fare, utilizzando molto lo strumento internet, sarà creare un canale di informazione diretto per i cittadini in modo che loro sappiano fin dal momento dell’erogazione dei finanziamenti pubblici quale sarà il percorso del denaro. Ossia verso quale ministero è arrivato, a quali regioni è stato assegnato, quale dipartimento se ne occupa, quale direzione, a chi sono stati assegnati i lavori, perché non vanno avanti se non vanno avanti, fino a che punto l’opera è stata realizzata o perché non è stata realizzata. Perché il cittadino deve sapere cosa accade dopo l’erogazione del finanziamento.

Questo metodo rappresenterebbe una grande rivoluzione. Fino ad oggi non si è mai saputo dove esattamente andassero a finire i soldi provenienti dall’Europa.
I cittadini sentono parlare di finanziamenti pubblici soltanto in due modi: quando è in corso un’indagine della magistratura – e quindi abbiamo già raggiunto un livello di patologia - o quando, per esempio, la Corte dei Conti o enti di controllo ci dicono: sono stati sperperati tot denari, non sono stati spesi tot soldi. Non sanno mai, per esempio, quanti soldi erano destinati, per quali progetti, se tali progetti sono stati realizzati. Se noi però agiamo in via preventiva, anche l’opinione pubblica potrà avere un ruolo di informazione, di vigilanza, di pressione - nel senso buono del termine - per fare in modo che tali progetti vadano a buon fine.
Non solo, se i cittadini sanno che sono state destinate delle somme possono anche presentare progetti, presentare lavori, farsi parte dirigente per cercare di contribuire a una corretta gestione del denaro pubblico. In questo la Spagna ci ha superati, utilizzando molto meglio di noi le risorse pubbliche.

Il problema è che in Italia c’è una volontà precisa di mantenere il cittadino nell’ignoranza, così da poter orientare in estrema tranquillità quei finanziamenti verso altre destinazioni.
La gran parte va a finire nelle tasche dei comitati d’affari trasversali, quelli poi ricostruiti nelle indagini Why Not e Poseidone. In altri casi il denaro non viene speso per incapacità, ma anche questo è voluto.
Io sono convinto, in realtà, che la classe dirigente di malaffare che ha governato in questi anni e che è molto trasversale, lascia volutamente una parte consistente del Paese in una situazione di sottosviluppo, perché se ci fosse uno sviluppo economico, una maggiore distribuzione delle ricchezze, una maggiore perequazione la gente avrebbe lavoro e il lavoro non verrebbe più visto come un favore. La politica di malaffare si regge sul “piacere”: ti do l’illusione del lavoro, ti do le briciole per poi pretendere il voto. Se invece si mettesse in moto un’altra volta l’economia, se il lavoro fosse assegnato in modo meritocratico - attraverso i concorsi pubblici per esempio – quella politica perderebbe il consenso.
Non ci troviamo quindi di fronte ad un fatto casuale, ma ad una vera e propria strategia politico-criminale gravissima, che viene messa in atto per inabissare il Paese, soprattutto la parte meridionale del Paese che è in una situazione di incosciente sottosviluppo. Nel senso che le persone vengono volutamente lasciate in questo stato di ignoranza.
L’informazione, la cultura, un modo diverso di intendere la politica ma anche l’economia sono i passaggi centrali che metterò in atto nel momento in cui, me lo auguro, verrò eletto.


 
 

INTERVISTA - «Ecco i segreti del mio archivio. I veri scandali li hanno fatti altri»  di Marco Menduni il Secolo XIX


SCANDALO? «Lo scandalo - ribatte il perito Gioacchino Genchi, nel mirino del premier Berlusconi per il maxi-archivio di utenze telefoniche - lo dà piuttosto chi si intesta decine di utenze coperte dal segreto parlamentare e le dà agli amici». Gioacchino Genchi è l’uomo del giorno. È il perito nel mirino delle polemiche, il grande esperto dell’inchiesta Why Not di Luigi De Magistris, l’uomo indicato da Silvio Berlusconi come «la persona che ha messo sotto controllo 350 mila telefoni». E il suo archivio, per il presidente del Consiglio, è «il più grande scandalo della storia della Repubblica». Lui non ci sta. E insiste ancora: «Forse sono altri che danno scandalo. Ad esempio quel parlamentare che ha intestato a suo nome decine di schede telefoniche e le ha distribuite ai suoi conoscenti. Schede che giravano per tutta la Calabria e che non si potevano controllare, perché erano coperte dal segreto parlamentare».
Chi è questa persona?
«Sono pronto a dirlo non appena la Commissione Antimafia mi convocherà».
Non poteva essere sempre lui ad utilizzarle?
«No. C’è la prova provata. Ha partecipato a una votazione in Parlamento. E non poteva essere coperto da un “pianista”, perché era una votazione ad appello nominale. Eppure, mentre lui era a Roma a votare, altre schede telefoniche a suo nome avevano contatti inquietanti in Calabria. Ma non si sarebbero mai potute intercettare se non chiedendo l’autorizzazione alla sua Camera. Come dire? A quel punto non sarebbe servito a nulla».
Ecco. L’hanno accusata di aver intercettato senza autorizzazione il telefono dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
«Premessa: io non ho mai fatto intercettazioni in vita mia. Ho solo controllato dei numeri di telefono e dei tabulati. Cioè ho ricostruito chi parlava con chi. Ma mai ho ascoltato una telefonata in vita mia».
Però il caso Mastella l’ha tenuto sulla corda...
«Il Ros dei carabinieri non ha saputo nemmeno acquisire correttamente l’intestatario dell’utenza cellulare di Mastella, che non era da tempo intestata alla “Camera dei Deputati” ma al Dap (il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ndr) quando ne sono stati acquisiti i tabulati. Mai e poi mai avrei potuto ipotizzare o supporre, quando ho acquisito il tabulato, che quel numero fosse di Mastella. Peraltro non mi sarebbe servito a nulla. Posto che avessi voluto dimostrare i contatti di Mastella con Saladino (Antonio, imprenditore e tra i protagonisti della vicenda giudiziaria di Why Not, ndr), questi sarebbero già emersi dal tabulato di quest’ultimo».
Poi c'è la vicenda delle utenze riservate dei servizi segreti che sarebbero contenute nel suo archivio.
«Mi è sembrato sin da subito che preludesse ad un tranello l’equivoca ed indeterminata asserzione del dottor Dolcino Favi (il procuratore generale di Catanzaro che ha avocato l’inchiesta Why Not, ndr) secondo cui io avrei detenuto “documentazione riservata ed in un caso almeno anche classificata”».
Non era così? Non ha controllato l’utenza di uomini dell’intelligence?
«Non ho eseguito alcuna acquisizione di tabulati dell’utenza cellulare riferita a Massimo Giacomo Stellato (capocentro del Sismi a Padova, ndr) e indicata nella delega del dottor Favi al Ros. E non ho mai nemmeno rilevato l’utenza, nemmeno in modo indiretto, nei tabulati da me acquisiti, fino al momento della revoca dell’incarico».
Un numero di telefono, quello di Stellato, che il Secolo XIX ha provato a comporre. Risulta però disattivato.
Genchi, quella dei numeri riservati degli 007 è però una delle accuse che le viene rivolte con maggior clamore.
«In questi giorni si sono aggiunte non poche inesattezze sul numero dei tabulati da me acquisiti, come quelle sulle “utenze coperte dal Segreto di Stato”. Che ancora non capisco come avrei potuto individuare. Sempre che esista un “Segreto di Stato” sui numeri telefonici».
Non esiste?
«Hanno forse un prefisso particolare? Hanno una intestazione particolare? C’è qualche indicazione che mi è sfuggita e che fa riferimento al “Segreto di Stato”?».
Sull’ampiezza del suo dossier? Del suo archivio “segreto”?
«Sul numero delle utenze acquisite, 792, debbo precisare che in capo a diversi soggetti è stata accertata la disponibilità di diverse utenze telefoniche, con le quali sono state nel tempo utilizzate decine e decine di Imei, con l’ulteriore utilizzazione di decine e decine di altre sim. Quasi sempre intestate a soggetti terzi, appartenenti cioè a reti straniere, o intestate ad Enti, alla Regione Calabria ed altri uffici. È conseguita un’acquisizione di dati di traffico assolutamente ridotta e selettiva».
Però questa “selezione” poi si è ampliata...
«Si è stati costretti ad ampliarla solo dopo le acquisizioni della Procura della Repubblica di Reggio Calabria sulle gravissime fughe di notizie sulle indagini sull’omicidio Fortugno e sulla strage di Duisburg, la faida di San Luca. Anche a seguito delle vibrate denunce del Procuratore Nazionale Antimafia».
Il suo, insomma, è stato solo estremo scrupolo professionale.
«In un procedimento penale non si può certo indugiare con dei pressapochismi nell’attribuzione di una data utenza ad un dato soggetto, specie quando possono discendere delle conseguenze. Ricordo un paio di casi».
Quali sono?
«Quello delle indagini sulla cosiddetta banda della Magliana. Danilo Abbruciati, esponente di spicco della criminalità romana, era ritenuto autore dell’attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone. Da controlli frettolosi risultò che Abbruciati avesse chiamato, prima dell’attentato, il procuratore generale della Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca».
Risultò poi che non era così.
«Ma la vicenda ha suscitato interventi parlamentari, atti di sindacato ispettivo, interventi del Csm, impugnative del Procuratore generale della Cassazione, decisioni delle Sezioni Unite, iniziative disciplinari del Ministro della Giustizia, oltre alle polemiche politiche, alle querele ed agli strascichi giudiziari e parlamentari, protrattisi per quasi venti anni. Sta di fatto che le indagini hanno dissipato ogni sospetto su Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, escludendo in modo categorico l’esistenza di contatti telefonici con l’Abbruciati. Poi c’è il caso Biagi».
Marco Biagi, ucciso dalle Br.
«Come si ricorderà, prima di essere ucciso aveva denunciato di avere ricevuto delle minacce telefoniche. Biagi aveva pure informato vari politici, oltre al Presidente della Camera dei Deputati, Pier Ferdinando Casini, al sottosegretario al ministero del Welfare, Maurizio Sacconi, a Stefano Parisi, direttore di Confindustria, a Roberto Maroni, ministro del Welfare, al prefetto di Bologna Sergio Iovino. Nessuno lo ha scritto, in molti lo hanno pensato e qualcuno lo ha pure detto (incautamente). Biagi stava passando per un mitomane, che aveva denunciato le minacce per avere la scorta e beneficiare di alte considerazioni».
Non fu così, evidentemente.
«Mesi dopo l’omicidio e le dimissioni del ministro Claudio Scajola si è scoperto che gli accertamenti svolti sui tabulati delle utenze erano stati fatti in modo errato e parziale e che le telefonate di minaccia vi erano state, proprio come le aveva denunciate il consulente , senza essere creduto».
Poteva essere evitato, quell’omicidio.
«A parte le sorti politiche del ministro Scajola, costretto alle dimissioni per delle dichiarazioni che mai avrebbe fatto se fosse stato correttamente informato, penso a come si sarebbe potuto certamente evitare l’omicidio del professor Biagi, se le autorità di pubblica sicurezza di Bologna e di Roma fossero state correttamente informate sulle telefonate».


 

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     Intervista a Luigi    De Magistris  del 17 marzo 2009  Candidato indipendente    dell ' Italia dei valori

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    May 2009
    January 2009

    Sono nato a Castelbuono (PA) il 22 agosto 1960.
    Sono sposato ed ho tre figli: Niccolò, Francesca e Walter.
    Il mio paese è una ridente località della provincia di Palermo, situata alle pendici delle "Madonie". Castelbuono è un paese con grandi tradizioni di democrazia, cultura, civiltà e legalità.
    Sono legato al mio paese e l’essere castelbuonese è la cosa di cui mi sento più orgoglioso.
    Da ragazzo mi sono formato nella libreria di mio padre, centro di ritrovo dei letterati e degli studiosi del paese. Quella libreria per me è stata la prima, vera e più importante “scuola”.
    Ho conseguito il diploma di maturità con 60/60.
    Dopo il diploma, viste le non troppo floride condizioni economiche della mia famiglia, ho iniziato a lavorare per un'azienda specializzata del centro Italia nel settore informatico.
    Così mi sono mantenuto negli studi universitari ed ho conseguito la laurea in Giurisprudenza con 110/110 e la Lode Accademica, all'Università degli Studi di Palermo.
    Nel corso degli studi universitari, oltre alle materie ordinarie del piano di studi (conseguite quasi tutte col massimo dei voti), ho frequentato ben 10 “corsi liberi” in materie storico-giuridiche, tutti superati con “30 e Lode”.
    Ho intrapreso la carriera forense ed ho conseguito l’abilitazione all'esercizio della professione di “Avvocato”. Ho pure conseguito l’abilitazione all’insegnamento di materie giuridiche.
    Nel 1985 ho superato il Concorso di Funzionario della Polizia di Stato.
    Dall’ingresso in Polizia ho diretto diversi uffici (la Zona Telecomunicazioni per la Sicilia Occidentale, il Nucleo Anticrimine per la Sicilia Occidentale, il Centro Elettronico Interregionale di Palermo, ecc.).
    Su incarico del Consiglio Superiore della Magistratura ho tenuto dei corsi di formazione e di aggiornamento per Magistrati e Uditori Giudiziari. Altri corsi ho tenuto per gli Avvocati, su incarico delle Camere Penali.
    Ho pure insegnato nelle Scuole di Polizia ed ho tenuto diversi interventi presso alcune Facoltà Universitarie.
    Dal 1996 ho svolto l’incarico di consulente tecnico dell’Autorità Giudiziaria in importanti indagini e processi penali.
    I risultati del mio lavoro sono consacrati in centinaia di ordinanze, di sentenze e di pronunce della Corte di Cassazione.
    Per una scelta puramente deontologica sono in aspettativa non retribuita dal giugno del 2000 dal Ministero dell'Interno.
    Ho così pure rinunciato volontariamente alla carriera in Polizia, quando ricoprivo già da oltre cinque anni la qualifica di Vice questore aggiunto.
    Nell’assolvere agli incarichi giudiziari che mi sono stati affidati ho sempre e solo servito lo STATO e la GIUSTIZIA, nello strenuo tentativo di ricerca e di affermazione della VERITA’.
    Per questo e solo per questo so di avere molti nemici e parecchi interessati detrattori.
    So pure di avere molti amici che mi stimano e mi vogliono bene.
    La loro solidarietà, l’affetto dei miei familiari e la pulizia morale della mia coscienza, mi danno la forza di continuare nel mio lavoro, con l’onesta, la tenacia, l’entusiasmo e l’indipendenza, che mi hanno accompagnato e caratterizzato sin dal primo giorno.

    http://www.gioacchinogenchi.it



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